MARCO BATTAGLINI

Marco Battaglini, con i suoi ArtPopClassic, spazza via ogni logica spazio-temporale, fondendo passato e presente per sconfiggere pregiudizi, schemi mentali e liberare il genere umano.

Le opere colorate, vibranti e vitali di Marco Battaglini sono come una macchina del tempo bonariamente dispettosa che si diverte a shakerare, in un allegro caos controllato, personaggi, ambienti e icone di epoche diverse.

La sua arte è un viaggio, in prima fila, attraverso la storia dell’arte dove geniali sovversioni spazio-temporali creano un piacevole, e molto surrealista, effetto sorpresa. Può accadere di osservare un pittore rinascimentale nel suo fastoso atelier che, in abiti d’epoca, sta dipingendo niente di meno che…un quadro di Roy Lichtenstein. O una Marylin di Andy Warhol.

Marco Battaglini si rivolge alla nostra società, chiedendo e consigliando di osservare il mondo, anzi i mondi, da una diversa prospettiva utilizzando l’arte come strumento per scardinare pregiudizi, preconcetti e vivere in una perenne libertà creativa.

Parole? No, fatti. Lui per primo, dopo la formazione accademica in Italia, dove ha appreso con maestria la storia dell’arte e l’abilità di riprodurre i grandi maestri, si è trasferito in Costa Rica. Alla ricerca del sole, dei colori caraibici e di nuovi punti di vista scoprendo che, basta prendere un aereo, per approdare a un mindset completamente differente.

Nasce così ArtPopClassic, una vera e propria corrente dove l’arte assume il difficile compito di scardinare idee preconfezionate, pregiudizi in nome di una rinnovata libertà. Come? Giocando con gli opposti. Efebici giovani, dai fisici scultorei, vengono rapiti dai quadri di Tiziano, Guido Reni e molti altri maestri. Scaraventati dalle cupole delle cappelle alle nostre periferie, coperti di tatuaggi come calciatori, tronisti e influencer. Indossano slip Calvin Klein molto attillati mentre le loro dita affusolate non indicano più il cielo, ma muri imbrattati da grafiti stringendo lecca lecca.

Il pubblico si ritrova in uno stadio virtuale dove si disputa la più importante partita: quella tra le grandi categorie antitetiche. Presente e passato, eleganza e volgarità, ricchezza e povertà, estetica e antiestetica. Il tutto amplificato da scritte che sembrano copiate e incollate dalle pareti del bagno di una stazione o dal diario di scuola di un teenager ribelle e pacifista: Make love not war, Gentleman prefer Blondes. Non mancano i riferimenti al mondo della musica, dell’editoria e dei cartoon in un delizioso mix and match cross mediale.

Surrealista dichiarato, questo artista fusion italiano-costaricano, guarda a Duchamp: sono le idee a generare altre idee, creando nuovi modi di vedere le cose e, di conseguenza, nuovi mondi.

Non facciamoci ingannare, però. L’ironia e l’inevitabile divertimento nascondono una severa critica alla società. Battaglini rimprovera all’umanità di essere incoerente, di vivere lungo rette parallele non comunicanti, solitari numeri primi aggrappati alle proprie convinzioni. In questi micromondi individuali le persone sono costantemente sotto attacco. Il nemico è la spropositata mole di informazioni, troppe per poter essere processate e comprese.

È a questo punto che interviene l’arte. Le opere di Battaglini non hanno la pretesa di fornire risposte, o soluzioni. Piuttosto interrogano, instillano dubbi e invitano a riflettere. Lo shock, divertito, del pastiche spazio-temporale, genera domande. Domanda dopo domanda il pubblico capisce che il pregiudizio, lo stereotipo e le convinzioni ferree cambiano velocemente di generazione in generazione. Cambiano non appena si sale su aereo diretto verso paesi lontani. Sono una prigione costruita con la sabbia da cui basta veramente poco per uscire.

Non è più la bellezza a salvare il mondo, ma l’arte. E pazienza se, nella lotta contro i demoni infernali, l’arcangelo Gabriele indossa la t-shirt di Superman. Ha il fisico, se lo può permettere.